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 Oggetto del messaggio: "Di che cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank"
MessaggioInviato: ven 19 apr 2013, 10:29 
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Aragosta Imperiale
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“Di che cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank” Nathan Englander, ed. Einaudi.

Dopo aver letto “Il ministero dei casi speciali”, dopo aver letto “Per alleviare insopportabili impulsi” e non essermi per niente stupita che sia amico di Edgar Keret ho deciso che la forma di scrittura che di lui preferisco è quella del racconto. Nathan Englander è uno scrittore che partorisce i suoi frutti molto lentamente, prova ne sia la traduzione della Haggadah di Pesach, opera condivisa con Safran Foer, che li ha impegnati per tre anni.
Il titolo di questo libro, mutuato da racconto di apertura “ Di che cosa parliamo quando parliamo di Anne Franke” è un chiaro omaggio alla scrittura e a un famosissimo racconto di Carver. In una intervista, Englander dichiara di aver scelto il titolo sulla base di ricordi lontani e vaghi del racconto che lo ha ispirato e che proprio questa vaghezza lo ha reso libero di inventare i suoi personaggi.
Come nel racconto di Carver, due coppie si incontrano e si svelano attraverso i fumi dell’alcool e qui anche dell’erba, ma mentre in Carver i personaggi non sono delineati se nel loro essere americani, niente politica e niente religione, Englander tratteggia i suoi minuziosamente. Due coppie di ebrei, una fortemente radicata nel tessuto americano, con un figlio adolescente, l’altra, pur sempre nativa americana, ma trasferitasi giovanissima in Israele, dove di figli ne ha messi al mondo dieci.
E mentre Carver scrive come Hopper potrebbe disegnare, qui è l’azione filmica a prendere il sopravvento. Le coppie si muovono, barcollano, si abbracciano e cadono, si fronteggiano e la luce è impietosa e la scrittura assolutamente diversa, più tagliente e ironica. Come nel racconto di Carver, Englander non giudica e non offre finali, anche se Carver un finale l’aveva scritto, ma si dovette piegare ai voleri dell’editor e della moglie.
I racconti sono otto, qualcuno sublime e folgorante, qualcuno meno riuscito, ma in ognuno la scrittura è eccellente, curatissima anche quando, volutamente, si fa piatta e discorsiva.
Si usa dire di certe scritture ironiche e taglienti come la sua che fanno ridere e piangere nello stesso tempo, ma in questi racconti si ride e non si piange, Si ride e semmai si resta attoniti per gli interrogativi che lo svolgimento e il finale offrono, proprio per la crudezza, a volte e, insieme, la totale mancanza di giudizio nel testo.
Otto racconti senza apparente filo conduttore se non quello rappresentato dalla fragilità dell’animo umano, dal sovvertimento dei valori, dal bene legato a doppio filo al male, dalla Storia con la esse maiuscola che permea e decide le sorti, il destino e la struttura intima e definitiva di un individuo. Come a dire: ciò che la Storia può farci diventare.
In un’altra intervista ha affermato che è colpa della Storia se certi pensieri orribili vengono fuori.
Due dei racconti si potrebbero definire autobiografici: “tutto quello che so della famiglia da parte di mia madre” scritto in 63 punti che raccolgono storie non raccontate, bugie e segreti della sua famiglia, e si svolgono parallelamente a una storia d’amore, che si conclude infelicemente, con una giovane bosniaca. Lei, che lo pungola come potrebbe fare un alter ego, alla fine lo lascia perché, come scrive Englander: è finita perché l’altra persona vuole che sentiate il bisogno di stare con lei e non perché avete paura di rimanere soli.
L’altro racconto dal sapore autobiografico è “il lettore”. Un unico decrepito lettore, segue il protagonista chiamato semplicemente Autore attraverso un tour che si snoda attraverso città americane dove sale deserte attendono la lettura dell’ultimo libro e che Autore vorrebbe non fare. Autore, un tempo osannato, è stato dimenticato e scalzato dai best sellers di altri autori a causa della lentezza decennale con cui produce.
Autore non vorrebbe leggere, preferirebbe anzi prendere un aperitivo e godere della compagnia dell’addetto agli acquisti della libreria che dovrebbe ospitare il suo ultimo reading, suo vecchio e affettuoso amico, ma Lettore è incalzante e si affida a questa frase per inchiodare Autore al suo dovere:
“non posso certo darle ordini, se vuole leggere una parola, legga pure una parola: Il contratto… è un contratto sociale. Dice: se io vengo, lei legge.
Contratto, un vocabolo e un dovere che, immediatamente portano a un altro racconto dal titolo “ le colline gemelle” che, senza mai rendere l’argomento esplicito, mette in luce il progressivo deterioramento dei rapporti tra israeliani e palestinesi, così, come, senza essere esplicito, il punto di vista dello scrittore emerge senza dubbi.
L’argomento principale della storia è però un altro e riguarda il contratto tra due donne, una delle quali vende all’altra la figlia neonata e febbricitante, in una notte di guerra. Superstizione, afferma la donna che dovrebbe comprare la bambina e diventarne la madre legale per sottrarla, a detta della madre biologica, a un infausto destino. Alla fine accetta solo per la disperazione dell’altra.
Ma, dopo 27 anni, la donna che non crede nella superstizione, ma nutre una fede assoluta nel valore legale di un contratto, si fa avanti per reclamarne la validità e per reclamare anche quella figlia che, mai ha vissuto con lei, ma le appartiene di diritto.
Davanti a un dotto tribunale di tre rabbini riuniti all’ombra di un vecchio ulivo, parte integrante della storia, combatte tra dialettica e leggi halachiche, per avere quello le spetta.
Non racconterò come la storia va a finire per non togliervi il piacere di leggerlo.
Uno dei racconti, questo, che ho apprezzato di più, sia per la scrittura, sia per lo svolgimento che induce a personali riflessioni, tante quante ne propongono altri racconti, due fra tutti Camp Sundown e quello che chiude la raccolta che ha per titolo “Frutta gratis per giovani vedove”.

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 Oggetto del messaggio: Re: "Di che cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank"
MessaggioInviato: sab 20 apr 2013, 9:11 
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Sirena / Tritone
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Lo avevo già adocchiato e messo in stand by in attesa di smaltire la solita pila, ma ieri ho finito Svanire e oggi ho giusto il tempo per andare in libreria.
P.S. Sandra perché non hai fatto la critica letteraria?

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vorrei avere il senno di poi
E il seno di prima


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 Oggetto del messaggio: Re: "Di che cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank"
MessaggioInviato: sab 20 apr 2013, 12:12 
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Sirena / Tritone
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Iscritto il: mer 9 lug 2008, 14:30
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Sandra, veramente potresti fare la critica letteraria .... almeno per noi ;)

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Fatico a stare nel mio cervello, perciò mi riesce difficile capire gli altri!


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 Oggetto del messaggio: Re: "Di che cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank"
MessaggioInviato: dom 21 apr 2013, 12:00 
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Aragosta Imperiale
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Iscritto il: ven 7 nov 2008, 22:46
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Grazie. Molto gentili. I biscotti mi riescono meglio. :lol:

Dede, ti è piaciuto Svanire?

Appena ho un po' di tempo, vorrei parlarvi di un altro libro, anzi due, che hanno lasciato il segno. Stringo amicizie profonde con sconosciuti che lasciano parole migliori dei conosciuti e incidono piccole ferite in un cuore già pieno di cicatrici. Dovrò fargli un lifting . :lol:
Intanto vi passo i titoli: "L'esca" e "Zink" entrambi di David Albahari, ed. Zandonai

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